Spesso quando di parla di coaching, due parole tornano spesso: “fuffa” e “lavaggio del cervello”.
Parole forti, che fanno il loro effetto anche se dette con ironia ma che raccontano una certa diffidenza nei confronti di questo mondo e, in alcuni casi, una percezione del coaching come qualcosa di manipolatorio, superficiale o costruito soltanto per vendere.
E forse è proprio per questo che è arrivato il momento di fare chiarezza.
Non per difendere il coaching a tutti i costi e non per convincere chi non ci crede. E nemmeno per negare che esistano forme di coaching improvvisate, promesse irrealistiche o sedicenti professionisti che utilizzano parole importanti senza avere alle spalle una reale competenza.
Ma per iniziare a fare delle distinzioni. Perchè il coaching, come tante altre professioni, può essere fatto male e può essere fatto bene. E per giudicarne il valore, forse vale la pena capire che cosa dovrebbe accadere realmente durante una sessione.
Che cos’è davvero una sessione di coaching?
Una sessione di coaching non è semplicemente un’ora in cui una persona parla e l’altra ascolta. Non è una chiacchierata motivazionale e nemmeno una sequenza di frasi ad effetto. Non è il coach che dispensa consigli sulla vita degli altri e soprattutto non dovrebbe essere uno spazio in cui qualcuno cerca di convincerti a diventare una persona diversa da quella che sei.
Una sessione di coaching è innanzi tutto uno spazio di dialogo ed esplorazione. Un luogo in cui puoi fermarti e dedicare attenzione a qualcosa che ti riguarda e che per te è importante.
Può essere un obiettivo, una scelta, un cambiamento, una difficoltà, un progetto o un talento da sviluppare. A volte anche semplicemente un’emozione o una sensazione difficile da gestire o da mettere a fuoco.
Perchè nella vita di ogni giorni siamo abituati a essere immersi nelle cose da fare, a rispondere, decidere, correre, affrontare problemi impegni e responsabilità. E spesso facciamo tutto questo senza avere il tempo di chiederci:
“Ma io in tutto questo, dove sono?”
Una sessione può essere proprio quel momento in cui fermarsi e mettere in ordine, per ascoltarsi senza scappare dalla realtà, ma per guardarla con maggiore consapevolezza.
Non serve necessariamente avere un problema
C’è un’altra idea che spesso accompagna il coaching: quella secondo cui ci si rivolga a un coach soltanto quando qualcosa non va o c’è un problema.
Non è necessariamente così.
Il coaching può certamente accompagnare una persona nell’affrontare una difficoltà, ma non nasce esclusivamente da un problema.
Può nascere da una domanda, da un desiderio, da un momento della propria vita, da un progetto che non trova ancora una direzione, da una scelta che continua a essere rimandata, da una competenza che si vuole sviluppare, da un talento che si intravede ma che non si sa ancora come esprimere, o da una possibilità che fa paura proprio perchè potrebbe essere importante.
A volte non ci manca una soluzione ma uno spazio in cui vedere meglio le giuste domande ed è qui che il coaching acquista valore.
Il coach non ha la risposta al posto tuo
Forse questo è uno degli aspetti più importanti da chiarire. Il coach non dovrebbe presentarsi come colui che conosce la tua vita e le risposte meglio di te. Non è lì per dirti cosa fare e non dovrebbe mai sostituirsi alla tua capacità di scegliere.
Il suo compito è piuttosto quello di accompagnarti attraverso domande, ascolto, osservazione e strumenti che possano aiutarti a esplorare ciò che stai vivendo, a fare luce dove c’è ombra. Perchè a volte abbiamo già dentro di noi molte risorse necessarie ma semplicemente non riusciamo a vederle.
Altre volte sappiamo perfettamente cosa vorremmo, ma continuiamo a procrastinare e a trovare motivi per non muoverci.
Altre ancora abbiamo talmente tante possibilità davanti a noi da non riuscire a scegliere.
In una sessione possono emergere convinzioni, paure, aspettative e risorse che nella quotidianità rimangono in ombra sullo sfondo. E se vengono fuori durante la sessione di coaching non è perchè il coach abbia fatto comparire qualcosa dal nulla ma perchè qualcuno ci ha aiutato a guardare da un’altra prospettiva.
E qualche volta cambiare prospettiva non significa cambiare la realtà ma iniziare a vedere le cose diversamente.
Il valore di una sessione di coaching
Una sessione non vale semplicemente il tempo trascorso davanti al coach. Il valore può essere anche in ciò che accade prima e, soprattutto, in ciò che continua ad accadere dopo.
Una domanda può rimanere con noi per tutta la settimana, un pensiero può tornare mentre siamo in macchina, una consapevolezza può cambiare il modo in cui affrontiamo una conversazione e tanto altro.
Per questo non considero una buona sessione soltanto quella nella quale il cliente esce euforico, carico e pieno di entusiasmo ma anche quella in cui esce semplicemente pensieroso.
Magari con una domanda in più, con qualcosa da osservare,con una nuova consapevolezza o un piccolo passo da compiere. E questo può essere già molto proprio perché il coaching non dovrebbe creare dipendenza dal coach ma al contrario, aiutare la persona a sviluppare una maggiore capacità di osservare, scegliere e agire autonomamente.
Conoscersi per scegliere
Nel Coaching, il centro può essere rappresentato da tutto ciò che riguarda la persona e il suo rapporto con obiettivi, scelte, cambiamenti e possibilità. Non significa occuparsi di qualsiasi problema umano.
Il coaching non sostituisce un percorso psicologico o psicoterapeutico e non pretende di intervenire dove sono necessarie altre competenze professionali. Significa lavorare, all’interno dei propri confini, su ciò che una persona vuole comprendere, sviluppare o trasformare.
Può essere una fase di cambiamento professionale, una decisione importante, la difficoltà nel dare priorità alle proprie esigenze, la voglia di rimettersi in gioco, un progetto rimasto nel cassetto, la necessità di conoscersi e riconoscersi meglio nei propri talenti e nelle proprie risorse.
Oppure quella sensazione difficile da spiegare di sapere che “così non basta più”, senza sapere ancora quale potrebbe essere la direzione successiva. In questi casi, il coaching può diventare uno spazio nel quale tornare ad ascoltarsi.
Conoscersi non significa avere tutte le risposte ma imparare a riconoscere ciò che pensiamo, ciò che sentiamo, ciò che desideriamo, ciò che ci limita e ciò che invece può sostenerci. E da una maggiore consapevolezza possono nascere scelte più autentiche.
Il coaching sportivo: oltre il risultato
Nel mio lavoro, un’altra area importante è quella dello Sport Coaching. Lo sport, infatti, come dico spesso è una perfetta metafora di vita e ci insegna molto sul rapporto che abbiamo con noi stessi.
Ci sono atleti che conoscono perfettamente la tecnica, si allenano con costanza e possiedono grandi capacità, ma in gara faticano a esprimere ciò che sanno fare.
Questo perchè entrano in ballo le aspettative, la pressione, la paura di sbagliare, il confronto, la difficoltà nel mantenere alta l’attenzione e la concentrazione oltre che la gestione della fatica.
E poi c’è quella voce interiore che, soprattutto nei momenti importanti, può diventare molto più forte di quanto vorremmo.
Lo Sport Coaching può offrire uno spazio per lavorare su questi aspetti, senza sostituirsi alla preparazione tecnica dell’allenatore, né alle competenze psicologiche, mediche o sanitarie quando queste sono necessarie.
Per questo mi piace parlare di “oltre il risultato”. Perché il risultato è importante.
Ma l’atleta non coincide con il risultato, una vittoria non definisce completamente una persona e una sconfitta non cancella il suo valore.
Lavorare sulla performance sportiva significa anche imparare a conoscere il proprio modo di affrontare la pressione, riconoscere le proprie risorse, gestire ciò che accade dentro di sé e comprendere come poter esprimere meglio il proprio potenziale.
E poi c’è il talento
Anche quando si parla di talento, spesso siamo abituati a pensare in termini molto semplici:
“Ce l’hai oppure non ce l’hai.”
Io credo che la questione sia più complessa. Il talento può essere qualcosa da riconoscere, esplorare, allenare e portare nel mondo. A volte una persona possiede capacità che considera normali proprio perché le utilizza con naturalezza. A volte invece sono gli altri a riconoscere in noi qualcosa che noi ancora non vediamo. Altre volte ancora il talento rimane nascosto perché manca un contesto nel quale possa esprimersi.
Per questo il coaching può diventare anche uno spazio di esplorazione delle proprie risorse e delle proprie potenzialità. Non per dire a qualcuno:
“Tu sei speciale.”
Ma per aiutarlo a chiedersi:
“Che cosa so fare? Che cosa mi viene naturale? Che cosa mi appassiona? In quali situazioni riesco a dare il meglio di me? E che cosa posso farne?”
Sono domande molto più concrete. E forse anche molto più utili per arrivare a un ben-essere personale.
Una sessione non deve cambiarti la vita
Credo sia importante dirlo con chiarezza: una sessione di coaching non dovrebbe promettere di cambiarti la vita. Non esistono formule magiche e non basta un’ora per risolvere ciò che magari si è costruito in anni. Come non basta una frase motivazionale per superare ogni paura o chiamarsi coach per essere automaticamente in grado di accompagnare una persona.
Il valore sta nella qualità del lavoro, nella formazione, nella capacità di ascoltare e nel porre domande e nella responsabilità in cui si conduce un percorso senza sostituirsi alla persona.
E, soprattutto, nel saper essere autentici e nella capacità di lasciare alla persona la responsabilità della propria vita.
E questo, per me, è uno degli aspetti più belli del coaching.
Fermarsi per poter ripartire
Viviamo in un periodo in cui siamo spesso abituati ad andare avanti senza fermarci troppo a riflettere. Abbiamo impegni, responsabilità, obiettivi da raggiungere e decisioni da prendere e, non di rado, ci ritroviamo a fare molte cose senza avere davvero il tempo di chiederci se quello che stiamo facendo corrisponde ancora a ciò che vogliamo.
Per questo, a volte, fermarsi non significa essere fragili, essere indecisi o non avere la forza di andare avanti. Può significare, semplicemente, scegliere di dedicare un po’ di tempo a se stessi per capire meglio dove ci si trova e dove si vuole andare.
È anche questo, per me, il valore di una sessione di coaching. Non la promessa di trovare una risposta immediata o di cambiare la propria vita in un’ora, ma la possibilità di avere uno spazio nel quale guardare con maggiore attenzione ciò che stiamo vivendo. Uno spazio in cui poter mettere a fuoco una domanda, riconoscere una risorsa, esplorare una possibilità o semplicemente comprendere meglio ciò che ci sta accadendo.
A volte arriviamo a una sessione pensando di avere bisogno di una soluzione e ci accorgiamo, durante il percorso, che avevamo soprattutto bisogno di capire meglio la domanda. Altre volte abbiamo già una direzione, ma ci manca la chiarezza necessaria per compiere il primo passo. E altre ancora scopriamo di avere risorse che avevamo smesso di riconoscere.
Non è il coach a fare tutto questo al posto della persona. È la persona stessa, attraverso il confronto e il lavoro fatto durante la sessione, a poter trovare nuovi significati, possibilità e direzioni. Il coach accompagna questo processo, senza sostituirsi alle sue scelte.
Ed è per questo che credo che il valore del coaching non stia nel promettere di cambiare qualcuno, ma nel creare le condizioni perché quella persona possa conoscersi un po’ meglio, fare maggiore chiarezza e scegliere con più consapevolezza.
Forse, allora, il coaching non serve a dirci semplicemente di andare avanti. Può aiutarci, prima, a capire la direzione verso dove vogliamo andare e perché.
Ed è proprio questa la ragione per cui credo sia importante raccontare il coaching per quello che può realmente essere, al di là della “fuffa”, delle promesse facili e delle etichette: uno spazio di ascolto, confronto e consapevolezza, nel quale una persona possa fermarsi, guardarsi con maggiore attenzione e trovare il proprio modo di stare bene e far tornare a brillare i propri occhi.
